Post in collaborazione con Assaggia Tortona.
Sono stata social reporter di Assaggia Tortona 2026 e quest’anno ho fatto una scelta precisa: raccontare il lavoro di squadra.
L’ho fatto attraverso interviste di gruppo che trovate in versione integrale sul mio canale YouTube.
Da sempre produttori, ristoratori e vignaioli sono abbinati insieme. Ogni anno si ritrovano fianco a fianco per l’evento e, domanda dopo domanda, ho capito che, nel tempo, questa collaborazione ha generato un’amicizia (o a volte il contrario), e l’amicizia è diventata una rete che regge un territorio intero.
Il lusso delle differenze
Il territorio tortonese ha qualcosa che non si può replicare: l’unicità di ogni singolo prodotto. Lo dice benissimo Anna Ghisolfi, che porta il nome al suo ristorante, a Tortona da dieci anni: “Non ci sarà mai un Timorasso uguale a un altro, semplicemente perché le vigne sono esposte diversamente o hanno un terreno diverso. Non ci sarà mai un Montebore uguale all’altro. Acchiappare queste differenze è il lusso che ci possiamo permettere.”
È una frase che vale come manifesto.
Il Birrificio Montegioco ha costruito la propria identità proprio attorno a questa idea: usare la pesca di Volpedo o la ciliegia bella di Garbagna, entrambe Presidio Slow Food, come elementi caratterizzanti: così chi ha assaggiato la frutta la ritrova nella birra, e in quel riconoscimento c’è tutto il territorio.
La zona dei Colli Tortonesi non è uniforme, non è omogenea, non è facilmente riducibile a una sola etichetta. Ed è precisamente questo il suo valore.
La rete invisibile
La cosa che mi ha colpito di più, intervista dopo intervista, è stata scoprire che esiste una rete che non si vede, ma si respira. Una rete fatta di messaggini, telefonate rapide, cassette di fragole consegnate all’ultimo momento, bottiglie portate in cantina per una serata tra amici.
Anna Ghisolfi lo descrive con semplicità: “Posso chiamarli personalmente, mando un messaggino — ho bisogno di questo, ho bisogno di quell’altro. Lui mi dice: ho del Montebore in più che devo usare velocemente. E io sono pronta.”
È questo il concreto di fare rete tra filiere diverse: non una partnership formale, non un accordo commerciale, ma la certezza di avere qualcuno che risponde alle tue necessità.
Lorenzo di Calen Ristorante (Carbonara Scrivia) è tornato dal Belgio con anni di esperienza all’estero e la voglia di portare qualcosa di nuovo al territorio. Quando ha aperto, i primi ad accoglierlo sono stati Alice e i ragazzi di Cascina Giambolino.
Gli hanno aperto le porte della cascina, mostrato come allevano la fassona, fatto visitare il macello e la cantina. “Da lì è nata una sinergia,” racconta Lorenzo. “Il produttore non è un fornitore per il ristoratore. È un vero e proprio partner.” E Assaggia Tortona, dice, rafforza ogni anno questo legame.
Anche Gianni di Vineria Derthona, locale storico in centro dal 1999, descrive lo stesso meccanismo, facendo capire come funziona il turismo enogastronomico qui: “Quando arriva qualcuno sul territorio, le prime domande che gli faccio sono: cosa ti piace mangiare, cosa ti piace bere. Dopodiché comincio a fare telefonate. Lo indirizzo dai produttori, dai ristoratori, in modo che si faccia il giro e rimanga sul territorio.” È una rete di passaparola continuo che non ha bisogno di essere formalizzata per funzionare.
Amici prima che colleghi
In ogni intervista, senza che io lo chiedessi esplicitamente, è emersa la parola “amicizia”. E non come risposta di circostanza.
Eleonora de La Pesa collabora con l’Az. Agricola Luigi Boveri dal primo giorno in cui ha aperto la sua attività.
L’abbinamento che propongono ad Assaggia Tortona racconta proprio questo: gli agnolotti conditi con una riduzione di Timorasso, perché il vino entra nel piatto prima ancora di essere versato nel bicchiere. “C’è un rapporto di amicizia e fiducia,” dice Eleonora. “Abbiamo festeggiato i nostri vent’anni di matrimonio a casa loro.”
Il trio di Montemarzina, Osteria Billis e Pomodolce si conosce da prima del lavoro, da prima che ciascuno avesse un’azienda. Quando gli chiedo dell’amicizia, rispondono ridendo: “È peggiorata.” Poi aggiungono, più seri: “Ci conosciamo da tutta la vita. Ci riconosciamo sempre.”
I tre di L’Erica di Roberto, I Carpini e La Nuova Valle si descrivono semplicemente come “tre amici” che hanno deciso di affrontare la manifestazione insieme: “Solo spirito di divertimento e amicizia, tutto qua.” E poi, un attimo dopo, uno di loro aggiunge qualcosa di importante: “Con cibo e vino si risolvono tanti problemi. Forse in questo periodo diverse persone dovrebbero sedersi a tavola con un buon vino e un buon piatto davanti per mettersi d’accordo.” Qui, lasciamo libera l’interpretazione.
Cosa si impara dall’altro
Una delle domande che ho posto a tutti è stata: c’è qualcosa che hai imparato da uno di loro che non avresti mai saputo altrimenti?
L’azienda vinicola La Castagna ha scoperto grazie a Il Panson abbinamenti che non aveva mai considerato: il vitello tonnato col Timorasso, i tacos col rosé frizzante. “Prima non avevo contemplato certi abbinamenti. Lui mi ha aperto un mondo.” E Daniel, a sua volta, ha imparato da lei quanto tempo e quanto lavoro ci voglia dietro una bottiglia — e questo cambia il modo in cui la usi, la servi, la racconti.
Le Praie e I Formaggi di Guido hanno creato insieme “La Bagnata”: una toma di latte crudo di mucca letteralmente immersa nella Barbera dei Colli Tortonesi. Un prodotto che non sarebbe mai esistito senza la collaborazione tra un vignaiolo e un casaro che parlano la stessa lingua del territorio.
Il caseificio Capramica ha trovato in Civico 4 un ristoratore capace di trasformare la sua toma nell’arricchimento perfetto per la sua focaccia allo zafferano. Un abbinamenti che lei, da sola, non avrebbe immaginato.
Come si conosce davvero un territorio
Ho chiesto a tutti: se un turista arriva a Tortona e vuole capire davvero questo posto, come dovrebbe costruire la sua esperienza?
Le risposte convergono, con sfumature diverse. Si parte dal vino — il Timorasso è il filo rosso, la porta che apre tutto il resto. Dalla cantina si scopre il cibo, dal cibo si scopre il produttore e dal produttore si torna al paesaggio. “La persona seduta con due dita di Derthona buono in automatico chiede: di chi è? Dov’è? Ed è lì, fai il percorso, poi passi anche dall’azienda con le fragole,” racconta uno dei produttori di Cà della Frutta.
Ma c’è di più. I colli tortonesi non sono solo enogastronomia. Sono panorami che si allungano verso Liguria, Piemonte, Emilia e Lombardia, un crocevia storico che ha sempre mescolato cucine e tradizioni. Sono colline da percorrere in bicicletta o a piedi, come suggerisce la prima produttrice ad aver menzionato le attività sportive. Sono musei e pinacoteche — Vineria Derthona e Osteria Billis ricordano entrambi la Fondazione e la sua collezione: “Non è cibo, non è vino, ma è nutrimento dell’anima.”
E poi c’è un ingrediente speciale: “Noi abbiamo un ingrediente unico che è il tempo,” dice uno dei produttori di Cà della Frutta. “Non c’è la furia di dover produrre per essere pronti sul mercato. I salami avranno la stagionatura adeguata, il vino farà il suo invecchiamento, le fragole solo se sono pronte.” La vita lenta come valore produttivo e qualitativo.
Una vetrina che diventa territorio
Assaggia Tortona esiste dal 1996 e, da allora, è stata una costante crescita.
Un evento che ha smesso di essere solo una fiera per diventare qualcos’altro: un punto di orientamento per chi vuole capire un territorio e un momento di riconoscimento per chi quel territorio lo abita.
Birrificio Montegioco racconta di persone arrivate da lui con Google Maps in mano, chiedendo indicazioni per raggiungere le cantine, i caseifici, le aziende agricole che avevano assaggiato durante la giornata.
Tortona non è più solo una città di passaggio tra Milano, Genova e Torino, ma è sempre di più una meta.
La mia ultima domanda ai produttori è stata: “Se doveste convincere qualcuno a venire ad Assaggia Tortona con una sola frase, cosa direste?”
La risposta di Lorenzo di Calen Ristorante concentra tutto in 5 parole: “Il territorio in un pugno.”







