l mondo corre. La globalizzazione — è ancora un termine di moda? — avanza e cambia anche il nostro modo di mangiare. Le tradizioni si trasformano: qualcosa inevitabilmente si perde per strada, qualcos’altro si evolve.
La stessa cucina mediterranea è cambiata negli anni. Ed è giusto così.
Eppure, in questi giorni, un pensiero mi frulla in testa: siamo sicuri che tutto debba cambiare? Possibile che alcune cose non meritino di essere tutelate?
Riflessioni scaturite da notizie degli ultimi mesi che arrivano da ristoranti di qualità riconosciuta e nomi ormai consolidati che, nell’ottica di soddisfare il cliente o di emergere a ogni costo, aggiungono modalità di fruizione alternative.
C’è chi rivoluziona gli orari: ristoranti aperti a tutte le ore per rispondere alle esigenze dei turisti. Ma ne abbiamo davvero bisogno? L’italianità ha davvero bisogno di questo? Non possiamo soddisfare chi viene a visitarci rispettando le nostre fasce orarie, i riposi del personale e tutelando una tradizione che fa parte della nostra identità: il pranzo e la cena, con i loro tempi e i loro rituali?
A Madrid non mi sorprende non poter cenare alle 19. A Parigi so che potrei ricevere un no se chiedo un tavolo alle 22. Perché dovremmo essere noi a snaturarci?
Ha fatto scalpore il ristorante chiuso al sabato. Ma l’apertura H24, ormai, non fa più notizia: è diventata normalità.
E mentre la cucina italiana — intesa come modo di vivere il cibo all’italiana — diventa patrimonio Unesco, c’è chi propone l’esperienza mordi e fuggi da consumare in piedi, davanti a un bancone.
Provate a immaginare gli attimi di godimento quando, al ristorante, iniziano ad arrivare le portate davanti a voi. Incredibilmente belle e curate, con ingredienti che vi fanno salivare già solo al pensiero.
Le pregustate con lo sguardo, mentre, in totale relax, sorseggiate un buon vino, accomodati su una di quelle sedia a poltroncina avvolgenti ormai in gran voga. Gambe incrociate sotto al tavolo e niente che possa darvi la minima tensione.
È proprio il godimento del cibo, fatto anche di atmosfera, di comfort, di stato mentale.
E ora immaginate tutto questo, ma in piedi davanti a un bancone.
Forse sono vecchia dentro, forse amo troppo vivere il cibo come piacere per il corpo e per l’anima. Chissà.
So solo che continuo a credere che il cibo abbia un tempo. E una modalità.











