Se il Trentodoc Festival mi ha insegnato qualcosa, è che per conoscere davvero un vino non basta assaggiarlo.
Bisogna ascoltarlo, studiarlo, confrontarlo. Ma anche camminare tra i suoi vigneti, entrare nelle cantine, sedersi a tavola, lasciarsi sorprendere da un abbinamento e, perché no, persino fare yoga tra i filari.
Sono state proprio le esperienze vissute durante questi tre giorni a mostrarmi, una dopo l’altra, alcune delle tante facce del Trentodoc.
Archivio di Famiglia con Ferrari Trento
La cena di gala nelle sale di Villa Margon con Ferrari Trento è stata pura poesia. Ancora di più dopo la visita in cantina, che è sembrata un vero tuffo nella storia della famiglia.
La storia di Ferrari è certamente una storia di imprenditoria, ma è anche una storia di passione e di visione: quella di Giulio Ferrari, fondatore della cantina, e quella della famiglia Lunelli, che ha raccolto la sua eredità portandone avanti il progetto.
La cena è stata anche l’occasione per comprendere concretamente uno degli ingredienti fondamentali del metodo classico: il tempo.
Dall’Archivio di Famiglia sono arrivate in tavola tre annate speciali:
- Ferrari Perlé Magnum 2004, sboccatura 2025
- Ferrari Riserva Lunelli Magnum 2005, sboccatura 2024
- Giulio Ferrari Edizione Limitata Magnum 2006, sboccatura 2024

Tre Trentodoc che hanno accompagnato i piatti dello chef Edoardo Fumagalli e che hanno raccontato, attraverso l’assaggio, quanto possa essere longevo un Trentodoc e quanta complessità, profondità ed eleganza possa esprimere anche a distanza di vent’anni dalla vendemmia.
E la cosa più affascinante è stata assaggiarli con la consapevolezza che quei vini avrebbero potuto avere ancora molta vita davanti.
Un modo concreto per capire che, nel metodo classico, il tempo non è semplicemente attesa: è uno degli elementi che costruiscono il vino.

Yoga e brunch in vigna con Revì
Da Revì sono maestri nel costruire momenti capaci di lasciare qualcosa oltre al semplice ricordo di un vino o di un piatto.
Dopo il ricordo della sboccatura in vigna vissuta qualche anno fa, sono tornata per un’esperienza completamente diversa: un momento di relax e connessione con la natura, iniziato con lo yoga tra i filari e proseguito con un brunch in vigna.
Anche questo, in fondo, è un modo per conoscere il vino: non separarlo dal luogo in cui nasce.
I piatti curati da La Maison de Filip hanno accompagnato il brunch, dall’antipasto al dessert, insieme alle bollicine di Revì.
Sì, anche il dessert. Revì è infatti tra le pochissime cantine che producono Trentodoc in versione demi-sec, una tipologia che permette di esplorare un lato completamente diverso delle bollicine di montagna.

Tra gli assaggi anche Re di Revì Extra Brut Riserva, una cuvée composta da 70% Chardonnay e 30% Pinot Nero, con 9 anni sui lieviti.
Come ci ha raccontato Giacomo Malfer, è un’etichetta che non viene prodotta tutti gli anni, ma soltanto nelle annate ritenute migliori. E c’è un dettaglio che trovo particolarmente interessante: nelle ultime annate sono state selezionate soltanto le bottiglie classiche e non le magnum.
Una scelta che ricorda una cosa importante quando si parla di vino: non esistono regole assolute. Anche ciò che siamo abituati a considerare migliore non lo è necessariamente in ogni situazione, in ogni annata o per ogni vino.
Serate informali e degustazioni in cantina
Il Festival non è stato soltanto alta cucina, masterclass e degustazioni di grandi annate.
Tra le tante proposte c’erano anche momenti molto più informali, pensati per vivere il Trentodoc in modo leggero e conviviale.
Un esempio? Pizza al trancio e bollicine con Valentini di Weinfeld, realtà che produce bollicine di montagna dal 1899. Pensate quanta storia c’è dietro un calice!
Un abbinamento semplice, ma capace di ricordarci che le bollicine non sono necessariamente legate alle grandi occasioni.
Possono accompagnare una cena importante, certo, ma anche una pizza, una serata tra amici o semplicemente quel momento quotidiano in cui decidiamo di concederci una coccola.

Masterclass, talk e degustazioni nel cuore di Trento
Il vino è anche cultura, studio e confronto.
E nella cornice di Palazzo Roccabruna ho avuto l’occasione di partecipare a diversi momenti di formazione, guidati anche da alcuni dei migliori sommelier italiani.
Confronti tra bollicine dello stesso territorio, percorsi tra diverse annate, talk dedicati alla comunicazione del vino, un’esperienza immersiva per mettersi nei panni del sommelier e scoprire le responsabilità che comporta questo ruolo.
E poi una delle esperienze che mi ha incuriosita di più: scoprire quanto il calice possa influenzare la percezione di uno stesso vino.
Cinque calici, lo stesso Trentodoc e cinque esperienze sensoriali differenti.
Profumi, temperature percepite, morbidezza, intensità: cambiare la forma del bicchiere può modificare in modo sorprendente quello che arriva al nostro naso e al nostro palato.
Avreste mai pensato di servire un Trentodoc in un calice ampio?
Come ci ha spiegato Andrea Gualdoni, può essere una scelta interessante anche quando lo abbiniamo a piatti dalla maggiore complessità aromatica, come una tagliatella ai funghi o un risotto particolare.
E poi c’è stata una domanda di Roberto Anesi che mi ha lasciato con una piccola pulce nell’orecchio: siamo davvero sicuri che conservare le bottiglie in orizzontale sia la scelta migliore?
La sua sperimentazione sui vini destinati a lunghi affinamenti mi ha incuriosita abbastanza da farmi tornare a casa e scendere direttamente in cantina.
Risultato?
Ho iniziato a rivedere la disposizione delle mie bottiglie.
Perché forse è proprio questo il bello di un Festival come questo: non torni a casa soltanto con qualche calice in più nella memoria.
Torni con domande nuove, informazioni da approfondire e la voglia di guardare il vino — e magari anche le bottiglie che hai in cantina — con occhi diversi.











